La peste

Cento anni fa nasceva in Algeria Albert Camus, un grande scrittore e filosofo francese che sicuramente molti di voi conosceranno. Conosco bene i suoi romanzi e i suoi saggi perché li ho letti tutti. Qualcuno anche più volte. E’ il caso del romanzo La Peste, pubblicato nel 1947, ma scritto verso la fine della seconda guerra mondiale. Camus è uno scrittore affascinante non solo per il suo modo di scrivere molto originale, ma anche per la profondità del suo pensiero. Nella Peste l’esperienza tragica vissuta durante la guerra lo portano a cercare e a trovare motivi di speranza in un mondo che appariva assurdo.
L’azione si svolge a Oran, in Algeria. I topi hanno invaso la città e hanno portato la terribile malattia. E’ la peste, che colpisce senza distinzione giovani, bambini, vecchi, ricchi e poveri. Di fronte alla peste la gente reagisce in modi diversi. C’è chi scappa dalla città, chi continua la sua attività, chi accetta la fatalità. Molti si danno da fare. In particolare mi hanno sempre fatto riflettere due figure emergenti dentro a questa immane tragedia: un gesuita, il padre Paneloux e un medico, il dottor Rieux. Credente l’uno, ateo l’altro. Reagiscono in modo diverso, ovviamente, ma si pongono tutti due il problema del perché del male in questo mondo. Un male che colpisce tutti indistintamente.
Padre Paneloux, ai cristiani di Oran riuniti in preghiera nella cattedrale, fa una predica molto dura in cui legge la peste come punizione divina per la cattiva condotta degli abitanti di quella città. Invita tutti alla conversione. Il dottor Rieux lo contesta, discute a lungo con lui e intanto esercita la sua professione di medico, curando ammalati giorno e notte senza paura di contagio. Ma dopo sette mesi padre Paneloux, avendo assistito alla morte di un bambino, fa una seconda predica arrivando alla conclusione che: “E’ necessario arrivare a volere ciò che Dio vuole”. Ma insieme anche darsi da fare per aiutare le persone a combattere la peste o almeno a morire con dignità.
Il silenzio di Dio è rotto dalle parole e dai gesti dei cristiani. Così anche dentro al male più tragico, credenti e atei si incontrano nella solidarietà verso chi vive tragedie personali o collettive, si incontrano nel “servire l’uomo”, fosse anche semplicemente nell’aiutarlo a morire. Ecco: servire l’uomo! L’ideale più alto per atei e credenti e che li fa incontrare.
Con queste riflessioni mi fa piacere ricordare questo grande maestro e il suo libro più conosciuto. Le domande che lui si poneva sono anche le nostre domande. Le sue risposte possono essere di aiuto anche per noi che condividiamo le stesse interrogazioni sul senso e sulle ragioni dell’esistenza e segnano, secondo lo stesso Camus, “ il passaggio da una ribellione solitaria al riconoscimento di una comunità con la quale condividere le lotte”.

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